cosa vedere vicino cagliari
Turismo

Cosa vedere vicino a Cagliari

In questo articolo vedremo cosa vedere in provincia di Cagliari. Vi auguriamo una buona lettura!

Chia Domus De Maria

Chia e la sua baia, non hanno certo bisogno di presentazioni, il suo mare incantato, le sue spiagge con le dune, la flora e la fauna che la caratterizza, ne fanno un paradiso terrestre conosciuto nel mondo.

E’ una frazione di Domus de Maria, comune a circa 40 Km da Cagliari, le sue case sparse non formano un centro vero e proprio, ma un agglomerato che si estende per vari chilometri tra le montagne e il mare. Anche se un centro storico propriamente detto non esiste e il suo incremento edile è degli ultimi anni, Chia è tutt’altro che abitata da poco. Dopo una mareggiata, infatti, sono stati rinvenuti dei reperti archeologici che hanno dato il via alla campagna di scavi per portare alla luce l’antica Bithia, città cartaginese del VI VII sec a.c. Per ora sono stati rinvenuti, alcune abitazioni, due templi e un tofet, sull’isolotto de Su Cardulino. Alcuni reperti si trovano già al museo di Domus de Maria, ma c’è ancora molto da scavare.

La città di Bithia, in seguito città punica e romana, fu come molte città costiere abbandonata a causa delle invasioni barbaresche, che portarono allo spopolamento della zona e il riparo in zone più interne. Chia e il suo stagno, offrono agli amanti del bird watching, la possibilità di vedere i fenicotteri rosa e altre specie che qui sono di casa. Dallo stagno poi, si arriva velocemente al mare, spiagge bianchissime e immense dune rendono l’azzurro del mare ancora più brillante, facendone notare tutte le sfumature, la sabbia finissima, scivola sotto i piedi come raso e come questo crea un fruscio particolare. Mentre ci si allontana dalla spiaggia, davanti a noi si parano bellissime montagne ricche di macchia mediterranea.

Cosa vedere

Sono ovviamente le spiagge nei 6 KM di costa, l’attrattiva principale di Chia, tra queste: la spiaggia del Porticciolo, Sa Colonia e Cala de Sa Musica. Di grande interesse, sia naturalistico che archeologico è l’isolotto di Su Cardulinu (il fungo), o per meglio dire la penisola, poiché marea permettendo, è raggiungibile tramite un istmo sabbioso dal Porticciolo, qui si trovano gli scavi dell’insediamento di Bithia. Bella, soprattutto la notte (quando è illuminata dai fari), è la torre costiera aragonese. Gli amanti della fauna acquatica potranno visitare lo stagno, dove nidificano varie specie di uccelli, anche rari.

Decimoputzu

Decimoputzu è un comune, situato nella parte occidentale della pianura campidanese, in un territorio alluvionale dove scorrono molti fiumiciattoli, affluenti del rio Mannu, che unendosi vanno poi a formare lo stagno di Cagliari.

Grazie alla ricchezza di fonti sorgive, il territorio di Decimoputzu fu popolato già dal periodo nuragico e in seguito in quello romano, quando fu fondato il centro attuale.

Durante il periodo bizantino, vennero edificati alcuni monasteri basiliani, nel medioevo invece entrò a far parte della curatoria di Gippi. Passò in seguito a Mariano II che lo cedette a Pisa che ne fece il suo granaio, ponendo tasse altissime che portarono all’abbandono pressoché totale del paese. Con la guerra per la conquista tra Mariano IV e Pietro IV, il villaggio fu completamente devastato e gli abitanti ridotti a poche decine. Nel 1414 fu compreso nel feudo di Civillier e in seguito passò a De Besora, sotto entrambi i feudatari, le campagne del villaggio subirono le incursioni dei pastori barbaricini che qui si recavano per la transumanza. Quando il feudo fu ereditato dagli Alagon, il carico fiscale aumentò portando al malcontento della popolazione, che solo dopo il 1580, con la concessione dei “Capitoli di Grazia”, iniziò a respirare.

Gli Alagon terminarono la loro burocratizzazione del feudo nominando un regidor che risiedeva nella vicina Villaspeciosa e facendo crescere l’economia, portando così all’aumento della popolazione. Nel 1702, quando la famiglia Alagon si estinse, Decimoputzu passò ai de Silva, che lo mantennero fino al riscatto dei feudi, quando il paese entrò a far parte della provincia di Cagliari. Caratteristiche del paese, sono le case tradizionali, che si trovano ancora nel centro storico, fatte di fango e con il tipico cortile interno campidanese, la “lolla”. Sempre nel centro si trova la chiesa di Nostra Signora delle Grazie, del 16 sec, costruite in stile gotico aragonese. Fuori dal centro abitato, si trova la bella chiesetta di San Giorgio, costruita su una precedente chiesa alto medioevale.

Pula

Pula è in paese di circa 6.800 abitanti della provincia di Cagliari, affacciata nel Golfo degli Angeli, questa bella cittadina, di tradizione contadina, ora vive molto di commercio e turismo, sono presenti nella zona numerosi resort di lusso e il campo da golf di Is Molas, dove ogni anno si svolgono gli Italian Golf Open.

Riguardo alla storia più antica, si sa poco della città, probabilmente fu centro urbano erede di Nora e questo si nota dal fatto che molti edifici della città furono costruiti, dopo le incursioni arabe del XVII sec, con materiali prelevati dalla città di Nora. Il suo nome deriva dal greco Pulè, che significa passaggio, mentre nel periodo medioevale, veniva detta Padulis de Nura, per la presenza di vaste zone paludose, divenne poi, nel periodo aragonese un feudo, fino a diventare un territorio della contea di Quirra. In questo periodo cominciarono le bonifiche per dare il via poi a un’attività agricola, promossa dai religiosi locali. Con le riforme di Carlo Alberto, venne incentivata la frutticoltura, ancora oggi motore dell’economia della zona. Il territorio di Pula è ricco anche di boschi, chi è appassionato di trekking non deve perdere un giro a Piscina Manna o le altre immense zone boschive. Gli appassionati di canoa, possono fare un giro attraversando lo stagno e ammirare così la fauna acquatica della zona. Non bisogna certo scordare il bellissimo mare, le spiagge e le fantastiche scogliere. Per chi vuole avere una visione completa del paesaggio, basta fare una passeggiata. Poco distante dal centro del paese, infatti, si arriva alla collina di Santa Vittoria, da questo promontorio sul mare si può gustare un panorama mozzafiato, il blu del mare ha così tante sfumature che rimani incantato, nell’isola di San Macario, di fronte il promontorio, svetta la bella torre omonima.

Nell’isola, di un verde brillante, hanno formato colonie, numerosi volatili. Ma le sorprese e le bellezze di Pula non finiscono qui, sempre sul promontorio si possono vedere le torrette, le trincee e i binari che venivano utilizzati nel secondo conflitto mondiale e poi resti di enormi pietre, risalenti al periodo nuragico. Continuando la panoramica dall’alto, immersi nei profumi del cisto, della lavanda, delle ginestre, si possono notare le rovine di Nora e la torre del Coltellazzo. La primavera rende questi paesaggi ancora più spettacolari, perché è il risveglio della natura e dei sensi, tutto è più accentuato, i colori, i profumi, la vegetazione in fiore, i giochi d’amore degli animali, fanno di questo luogo una meta unica e da non perdere.

San Sperate paese museo

Ad accoglierci in questo meraviglioso paese (arrivando dalla 131) a una ventina di Km da Cagliari, è zia Benvenuta, un bellissimo murale di Angelo Pilloni, che è solo uno dei 350 dipinti murali che si possono vedere. La storia di San Sperate, inizia nel XVIII sec a.C. negli insediamenti del colle di San Bastiano. Sono stati rinvenuti anche numerosi reperti votivi, risalenti all’età del bronzo. Era presente anche un complesso nuragico, di cui nulla rimane, ma al mueso di Cagliari è conservato un “modellino di nuraghe”, trovato in località Su stradoni de Deximu, questo reperto è un raro esempio di scultura in pietra del periodo nuragico. Nei secoli San Sperate fu oggetto di conquista da parte di varie popolazioni che hanno lasciato tracce di rilevanza importantissima. Del periodo punico è la così detta maschera ghignante, rinvenuta nel 1876 e utilizzata nei rituali magici per allontanare gli spiriti malvagi. La presenza dei romani è attestata dal ritrovamento, nel 1975, di una necropoli e secondo alcuni studi, San Sperate sarebbe Villa Valeria, luogo di villeggiatura di cui parla Tacito.

Il cambiamento del nome in San Sperate, si ha quando dall’Africa vennero portate in Sardegna le reliquie dei santi per non farle profanare,quella del martire scillitano Speratus arrivò nel paese nel 500 d.C circa e sono state ritrovate nel sito dove ora vi è la chiesa in suo onore. Con la formazione dei giudicati, passa sotto quello di Cagliari, passò poi ai pisani e agli aragonesi per diventare poi un feudo, fino al 1835 (anno di abolizione).

Nel 1847 entra a fare parte del regno piemontese. Con l’unità d’Italia e la storia recente, le vicende del paese, sono più o meno quelle di altre zone italiane, soprattutto per quanto riguarda i conflitti mondiali, con la caduta di tanti Sansperatini. San Sperate è mano a mano divenuto il centro più importante nella Sardegna per quanto riguarda la produzione di pesche e di agrumi. Sebbene sia un paese largamente agricolo, non dobbiamo dimenticare l’altra sua caratteristica: l’arte.

Divenuto paese museo nel 1967, San Sperate è stata meta di artisti italiani e internazionali che hanno contribuito ad arredare il paese con meravigliose opere d’arte, che si trovano ovunque. Sicuramente la cosa che più colpisce, sono i murales, arte introdotta qui a metà anni 60 grazie a Pinuccio Sciola, che dopo essere stato tanto all’estero e tornato nel suo paese natale e sfidando la diffidenza dei paesani ha iniziato, a dipingere quelli che fin allora erano dei semplici muri di un paese agricolo, che sono diventati dei piccoli e grandi capolavori. Nasce così la rivoluzione culturale di questo paese, ricco di sculture, statue, foto. Si vede, si respira, si tocca l’ arte a san Sperate, museo a cielo aperto e culla di grandi artisti e di personaggi eclettici, come Fiorenzo Pilia che ci ha guidato nel suo “Giardino Fantastico” (a circa 1 Km dall’uscita del paese verso la 130), raccontando con le sue sculture nate da materiali di scarto, il mistero della vita: un mistero tutto da scoprire.

Sarroch

Il paese è situato sulla costa occidentale del Golfo degli Angeli. Si estende ai piedi di un rilievo adentistico sul quale si erge un’ enorme croce. Sia il paese che il territorio circostante si estendono su una pianura alluvionale del quaternario. A dimostrare l’antichità di questo territorio sono anche la presenza dei nuraghi e delle tombe dei giganti. Il nome del paese, ha origini incerte, sono varie le terminologie: il nome “Sarroc” si trova in un registro del 1341. Nella carta d’Europa del Marcador si trova il termine Saroch. Nel 1572, compare per la prima volta il nome odierno Sarroch, in un documento in cui un funzionario del re di Spagna individua le zone migliori per la costruzione delle torri costiere. Cinque anni dopo il nome riappare nei documenti senza la “H” finale e una “R”. Nel ‘700 il nome subisce ulteriori variazioni come San Rocco, Sarrocco e addirittura il fenicio “Sharak” che significa grappolo d’uva. Ma l’origine più probabile è Sarroccu, il nome sardo, nel senso de “la rocca” vista la posizione in cui si trova il paese. Abitato nel periodo nuragico, il centro fece parte del Giudicato di Cagliari e quando questo crollò, Sarroch passò ai Donoratico della Gherardesca, la casata del dantesco Conte Ugolino e nel 1324 agli Aragonesi, che a loro volta lo cedettero ad altri. Il paese era costruito sul mare, ma a causa delle invasioni barbaresche che causarono lo spopolamento, venne ricostruito verso valle, dove si trova tutt’oggi. Erano due i rioni principali: Santa Vittoria e San Giorgio, in seguito si unirono e oggi costituiscono il centro storico del paese, dove si trova Piazza Repubblica, conosciuta come Prazza de Cresia(piazza della chiesa), da qui, seguendo l’altrettanto antica Via Lamarmora si arriva al bel Parco Comunale. Il paese, come la maggior parte di quelli sardi, fino a una cinquantina di anni fa viveva di pastorizia e agricoltura, ora del tutto marginali, perchè nel 1962 è stato costruito il polo industriale. A Sarroch infatti, si trova l’impianto di raffinazione della SARAS, della famiglia Moratti, alcuni impianti petrolchimici e varie industrie dell’indotto. La SARAS, oltre a provocare un certo inquinamento dell’aria, occupa tutta la costa che il mare antistante dove vi è un via vai di petroliere e mezzi mercantili. Il paese avrebbe potuto certamente vivere di altro visto le potenzialità del territorio, dove le colline si incontrano con il mare che prima dell’arrivo dell’industria chimica era sicuramente più pulito e pescoso. Poteva essere anche un paese di un certo richiamo turistico-culturale visto la presenza degli insediamenti nuragici e delle torri costiere spagnole, delle quali una è stata distrutta per costruirci la Saras, che forse avrà portato lavoro in una zona depressa, ma bisogna ricordare che un paio d’anni fa a causa delle esalazioni tossiche, tre operai che pulivano una cisterna di azoto, sono morti in pochi minuti.

Siliqua

Graniti sfatti dall’aria/acque che il sonno grave matura in sale/….Siliqua dai conci di terra cruda/negli ossami di pietra/in coni tronchi….Deserto effimero: in cuore gioca/il volume dei colli in terra giovane;/e la fraterna aurea conforta amore.” così Salvatore Quasimodo , nella sua lirica Sardegna, racconta questo paese a metà strada tra Cagliari e Iglesias, ricchissimo di storia e cultura. Abitato già dal neolitico recente, a Siliqua(dal latino Siliqua, bacello dalle piante di carrubo una volta numerosissime nella zona), si può vedere una bellissima Domus de janas(casa delle fate) la Domu e’ s’Orcu, nei pressi del campo sportivo e resti di un menhir, sa Perda fitta chiamato sa Perda Managua. Non mancano ovviamente, nelle campagne circostanti, i monumenti funebri conosciuti come Tombe dei Giganti i resti di numerosi nuraghe, con le loro strutture difensive, ma anche residenziali, ormai in gran parte distrutti. Si possono ancora vedere invece, i resti del ponte dell’acquedotto romano a Cixerri e lo scavo nella roccia. Con il periodo giudicale, Siliqua entra a fare parte del giudicato di Carales e a questo periodo si attestano le prime notizie sul castello di Acquafredda, usato prima come fortificazione e in seguito, con la presa in possesso dei Donoratico della Gherardesca nel 1282, diventa residenza del conte Ugolino, noto a tutti grazie al XXXIII canto dell’inferno Dantesco: “la bocca sollevò dal fiero pasto quel peccator….Tu dei saper ch’i fui conte Ugolino”. Il castello sorge su un domo lavico, che secondo gli studiosi può esser datato tra 27,6 e 27,8 milioni di anni fa ed è collegato visivamente con il castello di san Michele (Cagliari), quello di Baratuli(Monastir), quello di Gioiosaguardia (Villamassargia). Sotto il castello prima si trovava la villa di Acquafredda, ma la popolazione si è spostata gradatamente verso Siliqua e il borgo risulta disabitato dal 1476. Giunti gli aragonesi, la sardegna fu riorganizzata dal punto di vista amministrativo e Siliqua e il castello furono infeudati a Pietro Otger e in seguito ai suoi discendenti. Divenuto nel 1630 baronia, si trasformò poi in allodio, permettendo così la possibilità alle donne di ereditare i territori paterni. Con la morte di Carlo II, re di Spagna, la Sardegna fu coinvolta nella guerra di successione spagnola, terminata la quale, la Sardegna passò all’Austria per poi passare nel 1718 ai Savoia. Il territorio di Siliqua e il castello furono oggetti di una grossa disputa visto che secondo le nuove leggi, dovevano passare al re, ma i propietari non cedettero, fino a quando nel 1838, il feudo di Siliqua, fu riscattato per 1411 lire dal re. I savoia imposero anche a Siliqua, come in ogni comunità l’istituzione del Monte granatico, utilizzato già dagli spagnoli e poi caduto in disuso, contro l’usura. Siliqua negli ultimi 200 anni ha avuto varie vicende, tra cui la rivolta della popolazione contro il re che negava il taglio dei boschi , le lotte tra pastori e agricoltori per questioni di territorio e casi di brigantaggio, un brigante famosissimo fu Serapio Bachis, parroco di Siliqua. Le due guerre mondiali colpirono ovviamente questo territorio, sia per le vittime che per le privazioni subite dalla popolazione . Ora Siliqua basa la sua economia sull’allevamento e su attività artigianali e muove i primi passi nel turismo. Fa parte del comune di Siliqua, il versante occidentale di Monte Arcosu(WWF) che comprende tutte le specie della macchia mediterranea, tra gli animali: il cervo sardo, il cinghiale, il gatto selvatico e molti altri. Da non perdere una visita alla sorgente de La mitza de Maurreddu, a sud della quale troviamo il rio IS Fenogus che termina con una cascata Su Spistiddadroxu e le fonti di Zinnigas.

Uta

Uta, in sardo Uda, è un paese della pianura del Campidano a una ventina di Km da Cagliari. Si estende lungo la valle del fiume Cixerri. Le origini del paese sono nuragiche, testimonianza ne sono, 8 bronzetti rinvenuti nel 1849, raffiguranti idoletti sacri, ritratti in varie età della loro vita. Un’ altra dimostrazione che la zona era abitata già nel periodo nuragico sono i resti di numerose costruzioni, di grande rilevanza è il sito, denominato “Su niu de su pilloni”, che comprende i resti di un villaggio nuragico e una fornace. Purtroppo l’area nuragica è poco visibile, perchè ancora sotto la terra. Il nome di Uta deriverebbe dal latino Udus, cioè umido, paludoso, il paese infatti si trova in una zona spesso, colpita dallo straripamento dei fiumi, ed è sotto il livello del mare. Essendo nel passato una zona di traffici, il nome del paese ha diverse varianti a seconda della popolazione che qui arrivava o che ne veniva a conoscenza. Abbiamo così il termine Villanova, Villanueva, Utta, Ura e infine Uta. In principio il paese era diviso in Uta Susu, nella zona dove ora si trova la chiesa di Santa Maria, paludosa e malsana e Uta Jossu, dove si trovava la chiesa di San Cromazio, ormai distrutta e dove la popolazione si spostò in maniera sempre maggiore per difendersi dalle frequenti inondazioni a cui era soggetta l’altra parte, creando così un agglomerato che ha dato vita a l’odierna Uta. Durante il periodo romano nel territorio di Uta, passava la strada che da Caralis arrivava a Nora, la presenza latina è testimoniata dal ponte del fiume Cixerri e dal ritrovamento di varie statue. Durante il periodo giudicale faceva parte della curatoria di Decimomannu, è di questo periodo la costruzione della chiesa di Santa Maria ad opera dei benedettini di San Vittore. Era infatti frequente, che i giudici donassero le terre ai monaci. I vittorini, beneficiarono la popolazione della loro presenza, bonificando il territorio di Uta Susu dove eressero la chiesa di Santa Maria che tutt’ora è uno dei massimi esempi di architettura religiosa dell’isola. Edificata tra il 1135 e il 1145, fu costruita in pietra calcarea, il campanile è a vela e i capitelli finemente decorati. Fuori dalla chiesa un pozzo miracoloso, che si dice guarisca ogni male. Dopo il periodo giudicale, Uta divenne un possedimento dei pisani Della Gherardesca. Nel periodo aragonese sia Uta Susu che Uta Jossu passarono a Pietro Acien, ma nel 1328 entrambi i villaggi furono occupati dai Carroz, famiglia della Baronia di San Michele, nel 1409 tornò al regno di Arborea. Dopo varie vicissitudini, il paese tornò alla famiglia dei Carroz, a cui si deve la costruzione di Santa Giusta, il simbolo della famiglia è impresso sull’arco del presbiterio. Dopo la morte dell’ultima discendente di questa famiglia, il villaggio passò a vari casati, fino al 1839 quando divenne parte del regno piemontese. Da questo periodo in poi le vicende del paese seguono quelle della storia della penisola. Uta è un paese prevalentemente agricolo. Le sue campagne sono ricche di orti e di numerosissime serre. Qui si producono ottimi pomodori e il carciofo sardo spinoso, il territorio è ricco anche di uliveti e alberi da frutta. La pesca, sopratutto di anguille e trote viene praticata nei vicini fiumi; anche la pastorizia è tutt’oggi parte dell’economia del paese. Fa parte del territorio utese anche la riserva naturale di Monte Arcosu.

Vallermosa

L’atto ufficiale di fondazione di Vallermosa, cioè valle graziosa, avvenne nel 1645 per volere di Biagio Alagon, marchese di Villasor. Ma nonostante la certezza della nascita del paese, i ritrovamenti archeologici dimostrano che la zona era abitata già dal periodo nuragico. Il “Castello de fanaris”, non è l’unico esempio, a 700 m di altezza, in località Matzanni, vi sono 3 pozzi sacri,13 capanne e una struttura muraria; nella stessa zona i cartaginesi costruirono un tempio, il territorio fu quindi abitato in maniera continuativa. Del periodo romano restano a qualche centinaio di metri dal paese le terme, che viste le dimensioni e la struttura(le varie zone sono ancora ben riconoscibili), fanno pensare, che gli insediamenti erano di una certa importanza. Le terme in seguito divennero un luogo di culto e oggi vi si trova la chiesa di Santa Maria. Dopo il mille il territorio passò ai pisani e ai genovesi, finchè il Giudice Costantino, lo donò ai monaci Vittorini; il territorio in questo periodo era chiamato Pau, dal nome del Rio Pau che qui scorre. Era diviso nelle ville di Pau de Sosu e de Jossu e rimase dei monaci fino al 1183. Dopo vari passaggi delle due ville, il territorio divenne un feudo del Conte di Villasor. In questo periodo, scomparvero molti villaggi e i superstiti si spostarono nella zona dove sorge l’attuale paese. Nonostante il nuovo nome, per molto tempo le popolazione continuò a chiamarlo Pau. Quando nel 1838 vi fu l’abolizione dei feudi, come riscatto venne pagato al proprietario l’ammontare di 37.619 lire sarde. Con l’abolizione dei feudi, furono istituite le “comunelle”, che consistevano nel mettere a disposizione della comunità i pascoli privati, in questo periodo, per la transumanza, arrivarono molti pastori dalla zona del nuorese, che poi vi si stabilirono ben integrandosi con la comunità della zona. Durante i primi anni del ‘900 Vallermosa fu colpita da una grossa ondata di emigrazione verso l’America, che si interruppe nel periodo fascista, per poi riprendere negli anni ’50 verso le nazioni industrializzate dell’Europa. Negli anni ’60 con la costruzione delle industrie, nelle vicine zone, molti lasciarono le campagne per le fabbriche, ma con la crisi economica e la chiusura degli stabilimenti, si è dovuto cercare di superare la crisi, con nuove iniziative economiche. Il territorio dove si trova Vallermosa, in sardo Biddaramosa, è ricco di vegetazione, piante tipiche, sorgenti naturali e fiumi. La zona è particolarmente bella in primavera, quando la natura si sveglia e crea un panorama coloratissimo, fiori di campo e alberi da frutto profumano la vallata che con le varie tonalità di verde arriva a unirsi all’azzurro del cielo. A circa 5 Km dal paese sorge il parco di “Gutturru Mannu”, cioè Grande Gola, dove si possono ammirare specie in via di estinzione. Il centro del paese è invece caratterizzato dalle classiche case campidanesi, con i grandi portoni in legno che racchiudono i cortili, costruite in mattoni di argilla. Nella piazza principale si trova la chiesa di San Lucifero, patrono del paese, costruita in stile neoclassico nel XVII sec.

Villasimius

Villasimius è un comune della provincia di Cagliari, che si estende dai monti dei Sette Fratelli al promontorio costiero di Capo Carbonara. Grazie alle sue bellezze naturali, è uno dei luoghi più conosciuti, non solo della Sardegna sud orientale, ma dell’intera isola. La zona, vista la sua posizione strategica, fu abitata già dalle popolazioni nuragiche e successivamente da punici e romani. Durante l’età dei giudicati e in seguito alla conquista aragonese e spagnola, il territorio, e quindi il villaggio, che sin dal XII sec. si chiamava Carbonara, subì così tanti attacchi barbareschi da causarne lo spopolamento, nonostante furono costruite una fortezza e alcune torri costiere per arginare questo problema. Il paese si andò ripopolando nei primi del XIX sec. Nel 1862, il 17 agosto, il paese cambiò il nome da Carbonara a Villasimius, nome che deriva dal latino villa e simius, cioè paese delle scimmie o di simios, dio fenicio della vegetazione. Il paese, che viveva prevalentemente di agricoltura ha avuto, negli anni ’60, un boom turistico che oggi la rende una delle mete più famose del Mediterraneo. Le sue spiagge e le sue coste sono infatti dei veri capolavori naturali che lasciano senza fiato. Tra le spiagge, le cui acque sono paragonabili a quelle caraibiche, ricordiamo; Campus: una distesa di sabbia bianca con acque turchesi e blu; Simius: spiaggia di diversi km, dotata di tutti i comfort con acque cristalline e sabbia bianca; Giunco: un’incantevole spiaggia dalle acque trasparenti e dalla sabbia così bianca, da accecare nelle ore di punta. Alla fine della spiaggia, sotto il promontorio dove si erge la torre costiera, si trovano due piccole cale con sabbia rosa; Timi Ama: si trova tra la piaggia di Simius e lo stagno di Notteri; Punta Molentis: una spiaggia selvaggia circondata da macchia mediterranea e granito, le cui acque vanno dal cristallino al verde smeraldo. Numerose anche le torri costiere, che aggiungono un certo fascino ai promontori della zona: torre di Porto Giunco, torre di San Luigi, torre di Cala Pira, torre di Capo Boi e torre dell’isola dei Cavoli. Nel 1998 è stata istituita l’Area Marina Protetta di Capo Carbonara. Villasimius non è solo spiagge, nel paese si trova anche il museo Archeologico, che espone reperti provenienti dai fondali marini e dal territorio circostante. Da visitare anche la Fortezza Vecchia.

Villaspeciosa

Villaspeciosa, in sardo Biddaspetziosa, è un piccolo paese nella provincia di Cagliari. L’attuale abitato è nato nel periodo giudicale vicino alla bellissima chiesa romanica di San Platano. Il territorio era comunque abitato già in periodo nuragico e in periodo romano divenne un grosso nodo di scambio nella viabilità, che da Karalis portava all’interno. Del periodo romano resta la testonianza nel grosso impianto termale, poco fuori dal centro, sui cui resti si trova un magnifico esempio di mosaico pavimentale, quello di San Cromazio. Durante il medioevo, divenne un territorio dei pisani Della Gheradesca, per poi diventare un feudo dei Tola, in età aragonese. Nel XIX sec Villaspeciosa e il suo territorio, fu ceduto ai signori di Valdaura e Cayro. Il territorio in seguito all’arrivo dei Piemontesi, segue la storia degli altri centri della zona. Villaspeciosa, immersa nelle campagne coltivate, ha un territorio che si estende fino alle colline di monte Arcosu. Oltre Il sito di san Cromazio, merita una visita la chiesa di san Platano, costruita dai Vittorini di Marsiglia nel XII sec. Immersa in un parco, la chiesa presenta la caratteristica doppia volta a botte. Assieme alla chiesa di Santa Maria di Sibiola, nei pressi di Serdiana, sono gli unici 2 esempi in Sardegna di questo modello di costruzione. A fine agosto, in occasione della festa dedicata al santo, si svolge la sagra “De s’abiu” cioè dell’ontano; durante la quale gli uomini tagliano la legna per poi ricoprire, dopo una cerimonia, il pergolato della chiesa.

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